Persone fragili, diritti civili

“Tante le ragioni che, sempre più spesso, invitano i civilisti del nostro tempo ad affrontare in modo unitario – lo sguardo non rivolto a un solo istituto, a un’unica categoria di diseredati – le questioni della fragilità umana.
Per un verso c’è la coscienza delle gravi disarmonie cui possono indurre, sul piano disciplinare, letture troppo frammentarie.
Si fa l’esempio dell’interdizione.
Di là l’attaccamento al passato: la tendenza cioè a continuare con le esautorazioni estreme, sul piano privatistico, da parte di alcuni tribunali; la rinuncia diffusa a mettere in gioco l’art. 427 c.c., primo comma, il lucchetto mantenuto per negozi che potrebbero (in quella certa ipotesi, magari con la vigilanza di un esperto) ritenersi alla portata dell’interessato.
Di qua lo sguardo al futuro: ossia l’avversione a un modello che, oltre a presentarsi infecondo nei setting psichiatrici, calpesta quanto a forma e sostanza la Convenzione sulla disabilità di New York del 2006; insieme al favor per le previsioni legislative che in Italia riconoscono, ad esempio circa le decisioni sull’aborto, margini decisionali non da poco alla donna incapacitata.”

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